Anna Karenina

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Quando sono andato a vedere la nuova Anna Karenina di Joe Wright istintivamente mi sono saettate per la mente le vecchie classiche intramontabili Anne Karenine. La solenne e androgina Marlene Dietrich, diafana come un’ostia consacrata, ferina come una femme fatale , e la più recente Sophie Marceau, cosi aristocraticamente snob, cosi français, cosi decadance, non più bambina da tempo delle mele ma matronale nobildonna da corte Romanov.
Insomma mi aspettavo una Anna Karenina classica fino alla noia. Bella probabilmente, maestosa quasi certamente, fastosa all’inverosimile con tutti quei valzer d’antan e quelle sottanone a paniere di gusto imperiale.
E in effetti c’è tutto quello che uno si aspetta, tutto quello che Tolstoj stesso ci si aspetterebbe. Moglie aristocratica in vena di mondanità moscovita si invaghisce di aitante giovanotto per il quale lascia il marito rigido come uno stoccafisso, perde ogni diritto sul figlio e si trova ad affrontare lo sdegno e la vergogna della società benpensante di cui fa parte. Sedotta e abbandonata dal bel giovine ormai stanco di essere trattato come un reietto solo per essersi infiammato per la bella donna sposata più vecchia di lui, si lascia stirare da un treno. Sullo sfondo la Russia zarista, fastosa e ipocrita, ultimi barbagli di un mondo in rapido declino, di una società destinata a una veloce decomposizione.
Fine….
Fine?… Non proprio.
Sarebbe finita qui , in effetti, se tutto il classico Tolstoj da sbadiglio e morale borghese ottocentesca all’ennesima potenza non fosse stato ammantato, anzi patinato da un qualcosa di più.
Quel qualcosa di più si chiama: fotografia, magistrale, misurata e allo stesso tempo impeccabile.
Quel qualcosa in più si chiama Keira Knightly . Una keira Knightly in abiti fruscianti con mani impeccabili sottolineate fino all’ultimo dettaglio, un collo da divinità greca, due occhi di brace da far invidia a un’altra aristocratica troppo facile all’amore nella rigida etichetta che si conviene a un matrimonio da socialité très chic. Una Keira Knightly che sorpassa d qualche lunghezza insomma la duchessa (di Cleveland si intende).
Quel qualcosa in più è soprattutto la scelta registica del meta teatro, anzi del meta cinema, anzi semplicmente di fare un film che sembra un allestimento teatrale. Cosi i nostri protagonisti si muovono fin dall’inizio in mezzo a comparse che sembrano ballerini del bolscioi, danzano il valzer in un salone ricreato nella platea di un teatro all’italiana barocco quanto basta per sapere di favola, decadente a sufficienza per sapere di tolstoj fino al midollo. Un palcoscenico di assi di legno con un fondale dipinto cosi naif si slarga in un unico piano sequenza e diventa una stazione ferroviaria, senza soluzione di continuità l’ufficio da burocrate imperiale diventa il ristorante alla moda dove servono champagne in flute di cristallo baccarat. Il fondale dello stesso palcoscenico, tra cordami e contrappesi come nelle vere quinte di un teatro, si apre e diventa la steppa siberiana soffocata dall’irrinunciabile manto di neve che fa cosi tanto campagna russa nell’’immaginario di chiunque, dal dottor zivago in poi.
Un taglio originale, quindi, un’opera che si dipana davvero come un melodramma, con tanto di balletti. Una storia d’amore epica, un dramma delle (ir)ragioni del cuore pronte a ribellarsi e poi costrette alla sconfitta dalle ragioni della società, che ritrova nuova linfa e parla ancora a corde profonde degli spettatori. abbastanza a fondo da stordirli come una polka troppo veloce, una pianura gelata troppo sconfinata, come una sovversione troppo bella per non essere sostenuta con tutti noi stessi. E benché sappiamo come vada a finire fin dall’inizio, ci speriamo sempre un po’, quando capiamo per l’ennesima volta che Vronskij non era solo il tornito capriccio di una ricca moglie annoiata.
Afflato epico, potenza delle immagini. Una classica anna karenina tuttavia totalmente protesa nella contemporaneità.

Leo

perché vederlo: se non sei riuscito a leggere Anna Karenina, è il momento giusto per vedere il film e sapere di cosa si tratta

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