Gli amanti passeggeri

gli amanti passeggeri

Avete presente la struggente fatalità di “Tutto su mia madre”, il dramma della malattia e della morte intrecciati con quello dell’amore di “Parla con lei”, la critica sociale antiecclesiastica della “Malaeducacion”, o l’erotismo torbido e la scardinante normalizzazione del diverso dei tempi di “Tacchi a spillo”?…
Ecco. Dimenticateli. Almodovar stupisce con sorprendenti effetti speciali. Ma stupisce in peggio. Con “Gli Amanti passeggeri” confeziona una commedia che vuole essere corrosiva e scoppiettante, ma alla fine risulta solo ridicola e demenziale.

Gli esperti cineasti, quelli fedeli al motto che ad un Almodovar “tutto è concesso”, vi diranno che con “Gli amanti passeggeri” il regista madrileno è tornato indietro ai tempi delle sue prime commedie, agli esordi della sua carriera, quando quel  senso di fatalità tutto spagnolo dilatato e spinto sempre un po’ oltre l’atteso, fino ai limiti dell’assurdo ma senza mai cascarci dentro, era piegato a una comicità grottesca ma irresistibile, e allo stesso tempo a un’analisi amara della contemporaneità, di un mondo variopinto e ugualmente triste e derelitto, di quell’umanità borderline che è da sempre la vera protagonista di tutta la sua produzione.
Ma non è cosi. Tante belle parole per nascondere sotto il tappeto  90 minuti di assoluto nulla. Coloratissimo, chiassoso, pastoso. Ma pur sempre nulla. Una regressione alla banalità che supera di gran lunga il segno del “Almodovar torna alle origini”.
La trama è facile da riassumere (e tra citazioni e richiami sarebbe stata a suo modo interessante): un aereo in volo verso Città del Messico è costretto a girare in tondo per ore nello spazio aereo spagnolo  a caccia di un aeroporto libero dove eseguire un atterraggio di emergenza, a seguito dell’avaria a un carrello causata in fase di decollo da due distratti assistenti alla pista neogenitori (e nei primi minuti si incastonano i due risibili camei della premiata coppia del cinema iberico Banderas-Cruz) più presi dalle loro beghe familiari che dalle incombenze professionali.  La seconda classe opportunamente sedata e indotta a un letargico sonnellino artificiale perché non si accorga “che qualcosa non va”,mentre i turisti in business (escort dominatrice+serial killer a pagamento+medium esaurita che fiuta l’odore della morte ma a volte lo confonde con quello di banali, ma forse altrettanto letali flatulenze+sordido truffatore in fuga da affari loschi+attore donnaiolo) stizzosa e piena di torbidi segreti vengono intrattenuti da un equipaggio di tre gai steward (fallocentrici, tossicomani, alcolizzati e festaioli come da stereotipo) e da una coppia di piloti in crisi di identità sessuale, con festini a base di balletti vintage (I’m so excited con cui si apre il secondo tempo effettivamente irresistibile, e che, per il pubblico italiano, avrà avuto il sapore di “casa” del balletto on the beach sulle note di “Sorry I’m a lady” tratto dalle “mine vaganti” di ozpetekiana memoria) ,tequila e quantitativi industriali di altri superalcolici, e mescalina, generosamente emersa dal deretano del superdotato-pusher-sposo novello della prima fila, fino a una liberatoria orgia in quota come supremo schiaffo (a)morale alle pretese della morte che incombe fuori dai finestrini e che celebra la fine di tutte le inibizioni.
Fin qui uno dice: Ok non sarà “Tutto su mia madre”, non sarà “Parla con lei”, magari è una commedia brillante, al limite un po’ scollacciata con il senso del grottesco tipico di Almodovar. Ma , perdindirindina, Cecilia Roth e Javier Camara sono lì, come sempre, sull’attenti. Questa dovrebbe essere già una garanzia di successo. Magari sarà un “Aereo più pazzo del mondo” incrociato con “Priscilla regina del deserto”, una già citata mina vagante in salsa iberica, un “Reinas” d’alta quota.
Niente di più sbagliato. Se togliamo l’analisi sociologica neanche troppo larvata che si intravede tra le righe, che fa comunque grande fatica a dare spessore a tutto l’insieme, e cioè che tra le nuvole, in cerca di un catartico “take off” dalla situazione disperante attuale, nella speranza di distogliere lo sguardo da una realtà grigia e scomoda, non ci sono solo dei perfetti sconosciuti costretti da un destino avverso che rischiano di schiantarsi con tutta la fusoliera. No. C’è la Spagna (e non solo )della crisi economica, con la classe operaia rappresentata dai passeggeri della seconda classe obnubilati a sufficienza onde evitare fastidiose e imbarazzanti manifestazioni di piazza, e la prima classe, la classe dirigente impregnata di mafiosi e maitresse, faccendieri corrotti e sicari, troppo occupata a smazzarsi vizi e debolezze per non essere del tutto annichilita di fronte al rischio della sua stessa autodistruzione. La Spagna degli indinados, perennemente in bilico tra il precipitare nel baratro e giocarsi il tutto per tutto tentando un improbabile atterraggio di fortuna.
Se togliamo tutto questo, dicevo, quello che rimane è quasi un cinepanettone (fuori stagione) di ambientazione aeronautica (sempre in chiave gay, come cinema spagnolo comanda, per carità), ma pur sempre un liquame di una tale demenzialità maldestramente diluita a momenti (più rari del previsto) di rapida ilarità, che i Vanzina nostrani a confronto sembrano  Fellini.

Leo

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