Otello. Ancora un tango… ed è l’ultimo

Ieri al Tieffe Teatro Menotti abbiamo visto una replica dell’Otello diretto da Massimo Navone, arrivato alla sua seconda messa in scena e che sarà sul palco del teatro milanese fino al 21 aprile.

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Un Otello particolare. Un Otello affascinante, lordo delle sue inquietudini, scandito da un ritmo diverso: le note (e soprattutto i passi) del tango.

Come mi è capitato più volte di dire, Shakespeare è stato fritto, condito, rimpastato, riscaldato e imbandito negli anni in tutte le salse possibili e immaginabili. E ogni volta riuscire a dargli una chiave di lettura che possa essere anche minimamente originale, o una collocazione che non scada inevitabilmente nel dejà-vu è un’impresa ardua anche per il regista più d’avanguardia e la compagnia più versatile.

Impresa però decisamente riuscita nel caso di questo allestimento, adattato e diretto da Massimo Navone e coprodotto da Tieffe Teatro e Centro Teatrale MaMimò, dove la grandiosa Venezia dei dogi lascia il posto a una milonga degli anni ’40 collocata su una non meglio precisata isola del Mediterraneo durante una non meglio precisata guerra. Livido avamposto di svaghi goderecci, saturo delle torbide passioni autodistruttive del gelosissimo Moro, dell’invidioso subdolo Iago, del vanaglorioso Cassio, della soave calunniata Desdemona, dell’ingenuo Roderigo. Sullo sfondo, a scandire i rintocchi angoscianti del morbo velenoso instillato nella mente di Otello dal perfido alfiere affamato di gloria e di vendetta (o forse solo corroso dalla noia), il tango, ballato davvero dai protagonisti e dalla compagnia dei tangueros di Otello, che avviluppa e strangola quelle ferine animalesche bassezze umane fino all’inevitabile finale.

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Le note di un’ Habanera prendono il posto di flauti e tamburelli di elisabettiana memoria, uno struggente canto spagnoleggiante sostituisce la classica canzone del Salice intonata da Desdemona (e divenuta aria-chiave nella versione operistica verdiana); il tutto viene poi intervallato e infine diluito da musiche da film horror e improvvisi raggi di luce verde i quali, stendendosi come un manto malsano sulla scena e soprattutto sul volto di Otello, danno corpo alla sua implacabile gelosia che, come un tarlo, lo divora da dentro.

Si tratta del Sagittario perché così il bardo ha voluto chiamare la locanda in cui ha inizio la sua tragedia, si tratta di un’isola assediata da un’invasione militare perché così ci viene detto dai protagonisti, ma potrebbe essere una oscura periferia di Buenos Aires. Fatalità argentina come una patina fosca su quel senso dell’inevitabile che ci martella nella testa. Potere ipnotico della musica e delle sensuali coreografie del tango.

Grande mattatore lo Iago di Marco Maccieri, inquietante macchina di morte e distruzione fino alla fine, burattinaio che muove non solo i fili degli altri personaggi ma di tutto lo spettacolo, a fronte di un Otello (Giovanni Rossi) bipolare, psichicamente instabile e di grande impatto, ma a tratti troppo pesante, una Desdemona (Sara Bellodi) che dà il meglio di se non come Desdemona, ma come l’idea che Otello ha di lei nel momento di massima virulenza della sua gelosa immaginifica cecità, una Emilia alcolizzata (Cecilia Di Donato) che decolla sul finale (riscatto della ruffiana debole moglie del perfido Iago tanto quanto della sua interprete).

Unica vera pecca di questo spettacolo eccellente e di ottima fattura, purtroppo, proprio la scena dell’uccisione di Desdemona in cui il pathos precipita per eccesso di stilizzazione. Peccato. Lo strangolamento a passo di tango sarebbe stato, come tutto l’allestimento, una scelta registica di grande classe.

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