Il Grande Gatsby

Finalmente ieri, dopo tanta trepidante attesa, siamo riusciti a trovare il tempo di vedere “Il grande Gatsby”, osannata versione cinematografica targata Buz Luhrmann del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, già ispiratore di una patinata versione del ’74 diretta da Jack Clayton e sceneggiata da Coppola con Robert Redford e Mia Farrow come protagonisti.

Immagine

E ieri sera, dopo 143 minuti di un roboante carnevale ammantato fino all’eccesso di lustrini e paillettes, l’unica parola che ti veniva in mente era: delusione.

Inutile stare a sciorinare l’arcinota trama del romanzo originale, fedelmente (si fa per dire) riprodotta dal Luhrmann: storia della grandezza e della disfatta di un misterioso miliardario, bello e volitivo, nella New York veloce e fagocitante dei ruggenti anni ’20, impegnato a dare feste memorabili nel suo castello-mausoleo vista baia a Long Island, condita con tutto il relativo corollario di ambizioni faraoniche, deliri di onnipotenza, fame di potere, amori impossibili e viscerali.

La debacle del grande Gatsby, il suo amore frustrato nonostante l’incrollabile speranza da parvenu e l’insaziabile arrampicata sociale ai limiti del delirio di onnipotenza destinate alla sconfitta, a suo tempo dovevano essere metafora di una prima, precoce fine del sogno americano. (Oggi col senno di poi, potremmo dire la prima di una lunga serie di fini e tentativi di resurrezione).

L’unico grande elemento che sfugge alla macchina da presa del cineasta australiano è forse il vero protagonista del “Gatsby” originale: quella amara vena di malinconia, di ineluttabile attesa dell’autodistruzione, quel senso di frustrata insoddisfazione che pervade tutto il romanzo e che rappresenta, dietro la facciata sfolgorante, la reale sostanza e l’intima fragilità del personaggio.

E questa grande mancanza, malgrado gli sforzi di un ottimo Leonardo Di Caprio, sofisticato, beffardo e scanzonato Jay Gatsby, che tenta di tenere alta la tensione alzando i toni come solo lui è capace di fare, si sente. Eccome.

Immagine

Scorrono i minuti e il Gatsby di Luhrmann non decolla. Rimane fermo, paradossalmente annichilito nella sua stessa variopinta, irrefrenabile fascinazione. Maestro dell’effetto circense, il regista del “Romeo e Giulietta” kitsch-pop (dove lo stesso Leo Di Caprio, molto più giovane, era sorretto da una sceneggiatura che nulla toglieva al vero Shakespeare, ma gli dava un afflato del tutto nuovo e vincente) e di “Moulin Rouge”, a questo giro calca troppo la mano, si autocompiace dell’effetto mirabolante delle sue scelte registiche, di una scenografia talmente sovrabbondante da risultare nauseante. Come un Re Sole a ritmo di charleston, questo Grande Gatsby sorprende, a tratti diverte, magari affascina come uno spettacolo di fuochi d’artificio. Ma se si gratta via la patina scintillante, se si scarta il pomposo pacco regalo… la sostanza è totalmente assente.

Non aiutano le altre interpretazioni: sciatto e triste il ruffiano Nick Carraway/Tobey Maguire (che si annoda sull’aura dello scrittore squattrinato ammaliato dal bel mondo che faceva da io narrante in Moulin Rouge, sui cui stilemi lo stesso regista non può far altro che appiattirsi senza però riuscire a riprodurne anche lo spessore); leziosa come una vasca da bagno troppo lustrata la già di suo odiosa Daisy Buchanan (interpretata da Carey Mulligan), contemporaneamente fine ultimo e causa scatenante di ogni respiro del protagonista.

Immagine

E non basta neanche la colonna sonora, di ottimo livello come sempre nei film di Luhrmann, con pezzi  di Beyoncé e Amy Winehouse riletti in chiave soul, l’indiavolato ritmo del fox trot, e un solo in apparenza anacronistico hip-hop miscelato con sonorità jazz, più ovviamente la hit di Lana Del Rey realizzata apposta per il film “Young and Beautiful”.

Un kolossal-carrozzone opulento che però non vale il prezzo del biglietto.

Forse un tentativo mal riuscito (a suo modo controcorrente) di farci sognare un mondo impeccabile dove il vero protagonista è il lusso più sfrenato in tempi di crisi in cui tutti invocano sobrietà e austerity?

Leo

One Reply to “Il Grande Gatsby”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...