Le relazioni pericolose – Teatro Franco Parenti

Ieri al Franco Parenti la prima della versione teatrale del celeberrimo romanzo epistolare  a base di intrigo, passione e vendetta di Choderlos de Laclos del 1782, già ispiratore di un gran numero di trasposizioni cinematografiche, interpretata e diretta da Silvia Giulia Amendola.

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I giochi di seduzione e le perfide trame del libertino impenitente Valmont e della perversa marchesa de Merteuil diventano una claustrofobica partita a scacchi, tra vanità e desideri di vendetta, in cui, come da tradizione, la vera mattatrice è ovviamente la marchesa, oscuro Don Giovanni al femminile, capace di manipolare gli ignari personaggi con pochi netti, plateali moviementi di ventaglio. Ossessionata dal suo malsano bisogno di rivalsa sul sesso opposto, schiava del suo stesso personaggio di dominatrice senza scrupoli, vive in un ambivalente rapporto di disprezzo e attrazione verso il suo doppio al maschile Valmont, il quale sacrifica tutto se stesso e l’unico sentimento destinato a redimerlo da un’esistenza dissennata, l’amore per la morigerata madame de Tourvel, ai capricci della marchesa, pur di rimanere inchiodato al suo ruolo e fedele alla propria fama di cinico seduttore, fino all’inevitabile tragico finale.

Pedine nelle mani dei due protagonisti ovviamente la già citata Tourvel, irreprensibile donna sposata che capitola di fronte al fascino e alle profferte d’amore del visconte, l’ingenua verginella Cecile de Volanges, vacua bambola di carne circuita fin nel proprio intimo, e lo scialbo Danceny, sensuale cicisbeo innamorato di Cecile quanto debole burattino alla mercé dei desideri della marchesa.

Quintetto compatto, azzeccata scelta stilistica delle note del tango come sensuale colonna sonora alla singolar tenzone tra i personaggi e ai loro giochi di seduzione, ritmo serrato, reso ancora più turbinante dalle grandi lettere che saettano dal un lato all’altro del palco, concepito come un ring su cui si gioca l’eterno scontro tra raziocinio e passione, tra dominatori e succubi, tra vanità e ricerca della felicità, tra morbosa gelosia e amore.

Fin qui tutto bene. Peccato che il copione fosse una fotocopia quasi identica, in alcuni casi anche alquanto raffazzonata, dei dialoghi italiani della riduzione cinematografica di maggior successo, quella di Stepehen Frears del 1988.

Per un cultore che abbia visto il film più volte le frasi taglienti, i dialoghi perfettamente cesellati tra la marchesa e Valmont sono dei veri e propri vademecum, battute d’effetto che a suo tempo hanno rappresentato nel migliore dei modi le schermaglie amorose che saettavano attraverso la corrispondenza di cui è composto il romanzo. Mentre, però, i motti della Merteuil interpretata dall’insuperabile Glenn Close, le confidenze in cui lei racconta come sia “riuscita ad inventarsi”, le parole ben studiate con cui il Valmont-John Malkovich era riuscito a far capitolare l’algida Tourvel-Michelle Pfeiffer rappresentavano delle vere e proprie citazioni dal romanzo originale, la sceneggiatura dello spettacolo di Silvia Giulia Mendola è talmente fedele alle battute del film da scadere dal livello di citazione a mero scopiazzamento. Addirittura si sfruttano battute che nel film vengono dette dalle due grandi assenti (per ragioni di cast) madame de Volanges e madame de Rosemonde mettendole in bocca ora a Cecile ora alla marchesa. Nella scena finale dello spettacolo, poi, la crudele Merteuil, smascherata dalle lettere che Valmont in punto di morte mette nelle mani di Danceny e svergognata davanti a tutta Parigi, incespica senza riuscire più a rialzarsi, cercando di mantenere la sorridente quanto ipocrita maschera di dignità e devozione. Un gesto che, per quanto amplificato dalla regista, è ispirato, anzi copiato neanche troppo larvatamente dall’ultima scena del film di Frears.

Peccato. Belle le scelte registiche, come detto, originali ed efficaci la colonna sonora e le coreografie, quasi sempre coinvolgente l’azione. Ma tutto annacquato con un maldestro tentativo di scimmiottare la già citata premiata coppia Close-Malkovich, evidentemente senza gli stessi mezzi e senza gli stessi risultati.

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