I suoceri albanesi al Teatro Carcano

Quanto bene fanno un po’ di sane risate? Direi davvero tanto, specialmente dopo una giornata trascorsa tra lavoro e pensieri quotidiani.
Per godere di questo beneficio basta recarsi al teatro Carcano di Milano per assistere a ”I suoceri albanesi”.
In questa commedia troviamo lo spaccato del nostro vivere quotidiano, con le problematiche dell’integrazione con i migranti, le difficoltà dei genitori a gestire i figli adolescenti, la frustrazione dei “non più giovani” che sono ancora in cerca dell’anima gemella, l’uso sfrenato dei nuovi mezzi di comunicazione che azzerano i contatti diretti con le altre persone, i difficili rapporti con i condomini, i politici che parlano bene e razzolano male, le persone saccenti sempre pronte a illuminarci con le loro storie e la loro conoscenze.
Altra problematica dei nostri giorni è l’unione tra persone diverse per cultura e religione.
In questa commedia viene messa bene in risalto in quanto, nonostante i trascorsi da intellettuale di sinistra del padre, che ha partecipato alle lotte sociali e di classe, nel momento che la figlia aspetta un bambino da uno straniero viene assalito dall’idea di farla abortire.
Questo cocktail è magistralmente messo in scena dal regista Claudio Boccaccini e sul palco un superbo Francesco Pannofino ci regala divertimento puro per tutta la durata dello spettacolo.
Bravi tutti gli altri attori e in particolare evidenzio la grande interpretazione di Maurizio Pepe nei panni del carpentiere albanese, interposti a dire anche attimi di commozione. mantiene viva la scena, regalandoci momenti di sublime ilarità intersecati da attimi di commozione.

Zeta

I-suoceri-albanesi

da mercoledì 13 gennaio a domenica 24 gennaio 2016
di Gianni Clementi
Con Andrea Lolli, Silvia Brogi, Maurizio Pepe, Filippo Laganà, Elisabetta Clementi
Regia Claudio Boccaccini
Produzione Sala Umberto

Una famiglia borghese: un padre, una madre e una figlia. Lucio, cinquantacinquenne, consigliere comunale progressista, e Ginevra, cinquantenne, chef in carriera, con un passato fatto di lotte politiche e rivolte generazionali, conducono un’esistenza improntata al politically correct, cercando quotidianamente di trasmettere alla figlia Camilla, sedici anni, il loro stile di vita, pregno di valori importanti, di parole mai banali: l’importanza della politica, della solidarietà, della fratellanza. Ogni occasione è buona per ribadire questi concetti edificanti: a tavola, ascoltando un telegiornale, commentando episodi di vita. Al terzetto si aggiunge l’amica del cuore di Ginevra, Benedetta, erborista alternativa in analisi perenne e ossessivamente a caccia di un compagno, e frequentatrice abituale della casa, sui cui abitanti non manca di riversare le sue fragilità.
Come in tutte le famiglie, anche le incombenze pratiche occupano uno spazio importante nella vita di Lucio e Ginevra e la rottura di una tubazione del bagno di servizio, che rischia di allagare l’appartamento sottostante, occupato da un eccentrico tenente colonnello, obbliga i coniugi a chiamare una ditta per il restauro completo del locale. La ditta è formata da due giovani uomini: Igli, 35 anni e Lushan, 18. Sono albanesi, con alle spalle una storia simile a quelle che si leggono tutti i giorni sui giornali: viaggi su barconi fatiscenti, periodi di clandestinità, infine l’agognato permesso di soggiorno e adesso una ditta, con tanto di partita Iva e lavoro in quantità. Un esempio da seguire per Camilla e i giovani come lei, abituati al contrario a situazioni agiate e iperprotettive. È questo che Lucio e Ginevra pensano, contemplando la luce che illumina gli sguardi dei due albanesi. Una luce piena di vitalità, voglia di fare, come solo chi ha davvero conosciuto la fame può ancora avere.
Ma un giorno Lucio dimentica un importante documento, torna a casa ad un orario imprevisto e le certezze sue e di Ginevra crollano come un castello di carte. A dimostrazione che i vecchi proverbi non passano mai di moda: chi predica bene, razzola male…

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